Elisa Lupo

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Lavoro

Trasparenza salariale: cosa cambia per chi lavora e per chi cerca lavoro

Il 5 febbraio 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato lo schema di decreto legislativo che recepisce la Direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza retributiva, con un obiettivo preciso: rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne a parità di posizione lavorativa. Una maggiore trasparenza, infatti, dovrebbe scoraggiare meccanismi di definizione delle retribuzioni arbitrari, non dettati unicamente da esperienza e competenze.

Siccome in Italia si registrano ancora stipendi diseguali tra uomini e donne (il gender gap è stimato al 25% dagli ultimi dati Inps), che si riversano negativamente sulle pensioni (le donne percepiscono una pensione del 34% in meno rispetto a quella degli uomini), un intervento normativo è indispensabile.

Una piena parità, infatti, non solo garantirebbe maggiore giustizia sociale, ma anche crescita economica in termini di PIL (+8% secondo stime del FMI) e disincentivazione dell’inverno demografico in cui il nostro paese irrimediabilmente riversa.

In questo articolo, spiego in breve i termini della norma e rispondo alle domande che più spesso mi vengono poste al riguardo.

A che punto siamo con la legge?

Prima cosa importante da sapere: la norma non è ancora in vigore. Prima di diventare legge, il decreto dovrà essere esaminato in Parlamento, approvato in via definitiva, per poi passare all’emanazione dei decreti attuativi, che stabiliscono gli aspetti tecnici e pratici per l’entrata in vigore. Una volta completato l’iter, le aziende con più di 100 dipendenti avranno comunque del tempo per adeguarsi: 7 giugno 2027 per i datori di lavoro con oltre 150 dipendenti, 7 giugno 2031 per quelli tra 100 e 149 dipendenti. Per le aziende più piccole, le modalità verranno definite con ulteriori decreti ministeriali.

Le domande che probabilmente ti stai facendo

  1. Potrò sapere quanto guadagnano i miei colleghi?

    Non saprai l’esatto stipendio di una persona specifica, ma avrai il diritto di conoscere i livelli retributivi medi dei colleghi che svolgono lo stesso lavoro, suddivisi per genere. Il decreto tutela ancora la privacy dei singoli, anche se elimina le clausole di segretezza retributiva che oggi in molte aziende impediscono ai dipendenti di parlare del proprio stipendio tra colleghi. Parlare di soldi sul lavoro non deve essere un tabù, perché aiuta a conoscere i propri diritti e individuare eventuali ingiustizie.
  2. Tutte le aziende dovranno indicare la RAL negli annunci?

    Sì, tutte, grandi e piccole. Gli annunci di lavoro dovranno indicare la retribuzione iniziale o la fascia prevista. Niente più offerte con “RAL commisurata all’esperienza” senza un numero. Conoscerla in partenza cambia le cose: prima ancora di inviare il curriculum, potrai valutare se l’offerta di lavoro vale il tuo tempo.
  3. Potranno chiedermi la mia ultima busta paga durante un colloquio?

    No. Ai datori di lavoro sarà vietato chiedere ai candidati informazioni sugli stipendi passati. Una pratica già illegale ma ancora molto diffusa in Italia. Chiedere la RAL o la certificazione unica precedente significa ridurre il valore della persona e provare ad adeguare il nuovo stipendio alla situazione pregressa, a svantaggio del lavoratore, che non può di fatto progredire in modo significativo, nonostante la sua esperienza lavorativa aumenti.
  4. La norma riuscirà davvero a ridurre il gender pay gap?

    Il divario retributivo non nasce solo dalla discriminazione diretta sullo stipendio ma si materializza spesso dopo la prima maternità, per cui le donne che diventano madri si scontrano con ostacoli strutturali, come mancanza di flessibilità, assenza di servizi per l’infanzia, promozioni negate, la legge sulla trasparenza salariale da sola non basta.

    Costruire un ecosistema che supporti le famiglie e distribuisca equamente il carico all’interno della famiglia, diminuirebbe anche la segregazione lavorativa a cui attualmente le lavoratrici vanno incontro. Part time involontari e contratti non standard si riversano negativamente su retribuzioni e pensioni: ma se ad occuparsi di figli e familiari bisognosi sono prevalentemente le donne, la segregazione lavorativa è destinata a continuare. La direttiva, in ogni caso, accende un faro sul problema perché metterà le aziende nella condizione di porsi il problema

La norma non è ancora in vigore, ma questo non significa aspettare passivamente.
Se stai cercando lavoro, nota già oggi quali aziende indicano la retribuzione negli annunci: è spesso un segnale di cultura aziendale più trasparente. Se sei già occupata/o, puoi informarti sui livelli retributivi previsti dal contratto collettivo del tuo settore, è un diritto che già esiste. E se percepisci disparità rispetto ai colleghi, contattami o rivolgiti a un sindacato per capire quali tutele hai già ora.

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